"Buoni libri cattivi libri", George Orwell
Nella prima parte, la raccolta affronta valore e costi di un libro in quegli anni, con molti esempi di autori dell'epoca che almeno personalmente non conosco affatto, per cui ho potuto apprezzare solo in parte la critica e il sarcasmo di Orwell - anche se in alcuni passaggi ho comunque riso. Sicuramente è da conoscere Henry Miller, poiché Orwell lo cita in modo particolare.
Ho trovato più interessante la seconda parte, in cui Orwell sviscera il rapporto tra scrittori/scrittura, intellettuali in generale e la storia. Quanti "bravi" cattolici sono stati bravi romanzieri? Perché tanti autori negli anni Quaranta si dicevano proprio comunisti? Cos'è la "verità" in un libro, che pure cambia tra le epoche? Cosa può sopravvivere della letteratura e di uno scrittore in un totalitarismo, e quanto è indipendente uno scrittore in una società liberale? Perché in un totalitarismo lo scienziato è più libero?
Infine, la terza parte racconta Orwell stesso e le sue motivazioni per diventare scrittore, per poi ragionare sulle motivazioni di ogni scrittore, dall'ego al legame con storia e politica.
"Buoni libri cattivi libri" è un libro breve che si legge con facilità, che secondo me può essere interessante per chi è appassionato di storia e politica in particolare (o chi ama Orwell come me). Ho trovato però diverse frasi la cui traduzione mi ha convinta poco, perché mi sembrava riflettesse troppo la costruzione inglese o c'erano degli errori, per esempio congiuntivi inappropriati. Una ragione in più per procurarsi la versione in inglese (oltre a poter apprezzare le parole originali scelte dall'autore).

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